DORIAN GRAY VS YARG NAIROD
Pellicole di vita insidiano l'autostima di artisti, di attori e di politici nello svolgimento dei molteplici frames a cui partecipano e dai quali presumono di ricavare successo e magari eternità
nelle menti-spugne dei quasi inebetiti spettatori. Noi - appunto spettatori irretiti dal piacere, dall'ammaliante linguaggio adoperato, raggirati dalla loquela di abili parlatori-mentori
(parla-mentòri?) - siamo costretti a riconoscerne la superiorità, l'appartenenza ad un livello 'altro' che poco attiene alle fatiche quotidiane e ai vacui sforzi per raggiungere l'obiettivo mal
celato, l'ineffabile felicità.
Dorian Gray è il piccolo uomo che dentro ciascun 'essere superiore' - posto in altrove, non di certo nel nostro insignificante mondo - aspira ad un riconoscimento diffuso; è colui che si
rispecchia disperatamente nelle proprie opere-creature. E' in somma quella metà della verità che viene a realizzarsi nel compiuto porsi dell'artista difronte allo specchio, che può leggersi
opera, giudizio, risultato, e in fin dei conti proiezione di ogni aspirazione.
In questa sorprendente mostra si dipana la tensione di una lunga partita condotta in primis tra l'artista e l'immagine di se stesso, per meglio dire quello che gli altri vedono e che neppure
l'artista riesce a scovare rispecchiandosi, dato che i termini stessi della propria immagine vengono rovesciati. E' così che il pubblico, lo spectator, colui che guarda, diventa il primario ed
essenziale referente di questo scisso confronto. Senza il pubblico non può compiersi l'atroce destino di colui che ha affidato ogni sua più morbosa ambizione all'occhio altrui. Sarà un giudizio
tremendo, che, partendo dall'inquietudine e dal desiderio di affermazione, non porterà mai alla definitiva catarsi o consacrazione dell'autore, bensì al massimo ad una sua definitiva condanna:
essere riconosciuto.
L'instabilità dinamica di questo assunto è quanto mai 'riconoscibile' nella produzione presentata dagli artisti partecipanti. Una 'summa' di quel 'melting pot' di mezzi espressivi e di temi che
la cultura contemporanea è in grado di offrirci. La trimurti dello stesso messaggio Andy-Maniscalchi-Schinasi ha fatto centro e trascina il prestigioso corteggio degli altri 'condannati'. Essi
testimoniano come il 'classico' eroe wildiano Dorian non sia mai morto con la fine del romanzo, ma sia stato affidato al nostro contemporaneo, allorché, come e più del periodo tardo ottocentesco,
ricorre la crisi dell'uomo annegato fra troppe sollecitazioni e sollecitudini. E' un gioco a catena che gli artisti riescono a trasmettere e a riflettere agli stessi personaggi ritratti. Il David
Bowie, Duca Bianco degli anni '70 di Andy, o lo Schinasi degli anni '60 così come il Maniscalchi 'modello e attore di sé' corrispondono a quel concentrato di narcisismo e di smisurata ambizione,
che ha messo in crisi le loro vocazioni artistiche.
Molti degli artisti partecipanti a 'Sulle tracce di Dorian Gray' hanno preferito e incoraggiato una via multimediale alla propria espressione artistica, facendola spesso coincidere con un modo di
essere originali e creativi: la produzione ha smesso di essere l'unico proposito possibile e ha ceduto il passo ad un 'modo di incarnare l'arte'. Talora beffardo e smaliziato, come nel caso di
Alberto Fremura, ma anch'esso vittima alla fine del desiderio smisurato di autorappresentarsi comunque e dovunque, tanto da sfiorare la blasfemia con l'identificazione nel Cristo, emblema del
sacrificio estremo per la comunità degli uomini tutti ... O genetico e automatico nei primi autoscatti di Giorgio Mondolfo, emaciato e trasognato studente nella 'Milano bene' anni '70.
Il bello compiaciuto nell'arte è anche frutto di una certosina preparazione ed esecuzione
come nelle opere di Raffaela Maria Sateriale, dove i personaggi ritratti riecheggiano un'innata aura narcisistica e un dandysmo sottolineato da sguardi persi e virtuosismi decorativi, o ancora nelle magistrali reinterpretazioni di Fabrizio Breschi, che amalgama lo struggimento della memoria con la trasposizione cibernetica delle proprie riflessioni sentimentali. Edonismo fremebondo e misurato ricorre nelle riproduzioni foto-composte o nei sorprendenti video-cult di Anna Ka, mentre svagate allegorie nei ritratti esotici di Anna Lisa Demi o in quelli evocativi di Giorgio Conti.
Un mix di indizi, emozioni, ricordi, preziose citazioni - che Huysman riuscì a sintetizzare con irripetibile maestria nel romanzo 'A Rebours', modello del decadentismo europeo - è solo apparente leva di un piacere effimero, destinato ad estendere indefinitamente l'inquietudine dell'artista.
maggio 2008 Roberto Russo
