FRANCO BARONI

FRANCO BARONI

 

L'arte di Franco Baroni,2006

 

C'è una bonomia innata nelle opere di Franco Baroni, artista livornese attivo dai primi anni '50. Un atteggiamento positivo e indagatore, che raccoglie esperienze e nuove scoperte con ironia disincantata. Dagli inizi figurativi, dalle partiture geometriche e dalle citazioni/gossip dei primi collage (vere perle di Pop Art tra gli anni '50 e '60) l'artista passa all'analisi geometrica ed astratta. Dipingere è come andare sull'altalena: significa ripetere il ciclico andamento del pennello, studiarne le movenze ed ipotizzare i più arditi percorsi, talora gioiosamente spericolati. Mai però casuali o incidentali, spesso guidati e vòlti a raggiungere precisi effetti segnici e cromatici. Baroni ama la trasposizione del reale in forme geometriche attraverso un processo consapevole e razionale. Rifugge dalla gestualità casuale e fine a se stessa. Così come faceva Pollock - quando nello spargimento consapevole dei filamenti di colore ritrovava la purezza dello spirito artistico liberato dai legacci dei canoni sociali -, Baroni riproduce e riconosce consapevolmente nelle forme geometriche accostate e nelle linee con andamento verticale le forme della vita quotidiana: qua riproduce un cartello stradale, là può gettare una e più macchie anarchiche ' come ama definirle - di colore. Ma è sempre un'anarchia controllata, una seria presa di coscienza di quello che l'artista può comunicare alle generazioni che si susseguono nella nostra modesta esistenza. Non c'è in Baroni l'ansia e la crisi interiore dell'Informale europeo e dell'Espressionismo astratto americano, come pure è stato erroneamente affermato. Egli è invece un estroso e geniale costruttore di prospettive esistenziali - fatte anche di materiali riciclati - che risultano immediatamente affini e leggibili per chi le guardi con disincanto e semplicità.

 

Franco Baroni, anni 70

 

Lembo di carità

 

Quest’opera di Baroni sprizza tragiche emozioni e angoscia latente. Ci sorprende ancora una volta l’arguto artista livornese che tenta di ingannare la nostra buona fede adoperando un promettente colore arancio intorno ad una Barbie, l’icona pop di schiere di ragazzine. Ma sullo sfondo nero di vuoto e di ignota paura il mito viene sfatato e l’inerme biondina subisce l’atroce martirio del rovesciamento, violenza crudele e sacrificio spietato vòlto ad esorcizzare la finta dimensione dei valori falsi e ingannevoli, spesso supportati da mezzi mediatici (i cui frammenti di stampa costellano lo sfondo). Viene così restituita umana fragilità all’icona dell’immarcescibile successo, da tanti agognato o più semplicemente invidiato. Una debolezza però a cui il bonario autore non vuole dare tragico esito, preservando la vittima designata da fine sicura con una straordinaria ancora di salvataggio, un lembo di umana carità che lancia attorno alla vita della bambola divenuta finalmente fanciulla.